Il benessere come status symbol

Ciao Ginnastika Family,

tutto comincia con un video su Instagram. Una tizia a Bali nella sua villa con infinity pool che ci racconta la sua routine mattutina, probabilmente iniziata alle cinque, tra acqua e limone, meditazione, skincare, journaling e qualche altra attività indispensabile per apparire come la versione migliore di sé (e di noi). Il tutto prima che il resto del mondo abbia fatto colazione.

Poi ci sono le influencer del fitness, vestite Lululemon dalla testa ai piedi, che documentano ogni istante della loro vita tra attività fisica, smoothie bowl e tramonti mozzafiato. E poi noi, dall’altra parte dello schermo, che scrolliamo cercando completini per allenarci scontati, perché evidentemente la nostra evoluzione personale passa anche dalla possibilità di risparmiare il 30% su un paio di leggings.

Negli ultimi anni, posti come Rishikesh in India sono diventati una destinazione internazionale per chi pratica yoga e non solo. Un fenomeno che ha portato persone da tutto il mondo a incontrare tradizioni e insegnamenti profondamente radicati nella cultura indiana, ma che ha anche contribuito a trasformare quei luoghi in location perfette per inscenare online una vita desiderabile. Il movimento diventa contenuto, il viaggio diventa esperienza da esibire e persino la ricerca interiore finisce dentro una strategia di personal branding.

Lo stesso accade con il cibo. Quello che oggi viene presentato come uno stile alimentare evoluto, attraverso formule come plant-based, gluten-free, organic, km 0, in molti contesti indiani appartiene da tempo alla quotidianità: alimentazione prevalentemente vegetale, legumi, cereali, spezie e preparazioni tradizionali senza prodotti animali. Naturalmente, la cucina indiana è molto varia e non è tutta vegana, senza glutine o a chilometro zero. Il punto, però, è un altro: pratiche e ingredienti già esistenti vengono selezionati, rinominati e inseriti in un nuovo immaginario, fino a diventare prodotti da vendere a un pubblico occidentale.

Non stiamo semplicemente imparando a mangiare meglio o a prenderci cura del nostro corpo attraverso l’attività fisica. Stiamo imparando a desiderare un preciso modo di farlo.

Prima di proseguire, una premessa: non scriviamo da una posizione neutrale, né tantomeno da fuori da questo sistema. Anche noi partiamo da una condizione di privilegio che ci permette di praticare, allenarci, viaggiare, interessarci al benessere e desiderare un paio di leggings firmati. Anche noi siamo attratte da certi immaginari, certi luoghi, certi oggetti.

Ma partecipare a un sistema non significa doverne accettare ogni meccanismo senza interrogarsi. Possiamo godere dei privilegi di cui disponiamo senza diventare cieche davanti alle disuguaglianze che li rendono possibili.

Perché la questione non è mettersi al riparo dalla contraddizione, ma imparare a riconoscerla e provare a guardare dentro questa matrioska: gli strati di marketing, desiderio, identità e privilegio che si nascondono dietro qualcosa di apparentemente semplice come il tentativo di stare bene.

Il benessere, insomma, non è più soltanto qualcosa che si pratica: è qualcosa che si mostra e sempre più spesso, qualcosa che si compra.

Pur nascendo come un’idea semplice, stare bene nel corpo e nella mente, e in poche generazioni è diventato uno dei terreni su cui si misurano le differenze sociali.

Nell’Ottocento le stazioni termali e i resort di montagna erano riservati alle élite. Negli anni Settanta avviene l’apertura alle classi medie, quando jogging, yoga e cibo biologico entrano nella cultura di massa. Negli Ottanta arriva l’ondata del fitness con l’aerobica e le prime catene di palestre, nei Novanta si aggiungono pilates, spa ecc. All’inizio degli anni Duemila il benessere è ormai un’industria enorme (oggi stimata intorno ai 4,5 trilioni di dollari), legata a marchi, celebrità e servizi di fascia alta. Il baricentro si sposta dallo stile di vita alle soluzioni rapide e agli acquisti.

Oggi, il modello è amplificato da Instagram e TikTok: influencer con cucine perfette, integratori costosi, bici connesse, trattamenti da centinaia di dollari. Mescolando disinformazione e product placement, chi li guarda assorbe l’idea che stare bene richieda di spendere, con risultati di stress, giudizio verso se stessi e pressione economica. App di fitness e meditazione a pagamento, smartwatch e attrezzi smart si presentano come democratici, ma rafforzano la convinzione che servano strumenti costosi per fare anche le cose più semplici. E noi siamo indubbiamente attrattx dall’accessorio figo, l’accessorio che ci incentiverà a fare quello che stiamo rimandando.

Quando avviene lo spostamento da abitudine a consumo ecco che il benessere smette di essere un bene comune e diventa un segno di distinzione, esattamente come lo erano un tempo l’orologio o l’auto.

Lusso esperienziale, ricchezza invisibile, potere silenzioso: il privilegio non si esibisce più con ciò che si possiede, ma con ciò che si può permettere il proprio corpo, cioè tempo, cure, e come dicevamo sopra, cibo selezionato e luoghi esclusivi. Le celebrità e gli influencer sono il motore visibile di questo meccanismo, perché trasformano la propria immagine in marchio e il proprio stile di vita in linee di prodotti, e perché i social rendono ogni routine un contenuto da mostrare. Il corpo curato diventa una forma di capitale, e la salute una vetrina.

Qual è la conseguenza meno visibile? Quella che chi non può partecipare non è semplicemente escluso, è anche giudicato. Quando il benessere è presentato come questione di volontà e disciplina, chi sta male appare come chi non si impegna abbastanza. Nello specifico campo di cui parliamo oggi, invitare chiunque a prendersi la responsabilità delle proprie scelte, da una posizione di privilegio, equivale a ignorare povertà, discriminazioni, salute e mancanza di tutele. La salute, dipende da condizioni strutturali molto più che da abitudini individuali, e l’idea di guarire da soli in un sistema che ammala è una promessa vuota.

Le vie d’uscita, però, divergono. Puntare sulla semplicità: poche abitudini di base, una alla volta, lontane dal marketing che complica ciò che è semplice perché ciò che è semplice non si può vendere. Questo è un messaggio sensato e rassicurante, ma ha un limite evidente, perché resta sul piano individuale e presuppone che chiunque abbia il tempo, l’energia e la sicurezza materiale per adottarle. Non tutti vivono le stesse condizioni di partenza.

Chiedere interventi collettivi: cibo sano nei quartieri svantaggiati, cure preventive e supporto psicologico pubblici, spazi per muoversi, politiche contro la povertà.

In un’ultima linea, più intima ma non meno politica, si propone di restituire alle persone la capacità di scegliere, perché il trauma e l’esclusione sono proprio esperienze in cui questa capacità è stata tolta, e un benessere autentico non può passare da istruzioni imposte dall’alto.

In conclusione: non smetteremo oggi di desiderare un bel completino per allenarci o di demonizzare il consumo, ma possiamo iniziare a riconoscere che il benessere non può essere ridotto a una questione di scelte individuali.

Non dovrebbe essere uno status symbol, ma una possibilità concreta, inclusiva e orizzontale, indipendentemente da quanto possiamo permetterci di spendere. E se continueremo a desiderare qualcosa, pazienza, l’importante è ricordarci che non è quello a renderci la versione migliore di noi.

LIBRI

Il club delle 5 del mattino di Robin Sharma

Yoga di Emmanuel Carrère

The goddess effect di Sheila Yasmin Marikar

FILM

Parasite di Bong Joon-ho

Sick of myself di Kristoffer Borgli

Triangle of sadness di Ruben Östlund

The square di Ruben Östlund

Bling ring di Sofia Coppola

The substance di Coralie Fargeat

SERIE TELEVISIVE

The white lotus di Mike White

PLAYLIST DEL MESE

CI VEDIAMO SUL TAPPETINO 🌀

22 novembre | Sound Healing con Domenico D'Agostino

Un pomeriggio di suoni per rallentare, ascoltare e lasciarsi attraversare dalle vibrazioni.

📍 Ginnastika Fantastika · via Sarzana 40, Milano

🕟 16.30–18.30

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2–6 giugno 2027 | Ritiro isolano 🌊

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Con amore,

GF

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